Pop Irno

gennaio 24, 2010

Uno

Manuela sfoglia l’ultimo numero di Cioè nella stanzetta dipinta di celeste con le pareti ricoperte dei poster dei suoi cantanti preferiti. Sicuramente la sfida è vinta da Tiziano Ferro, primo di gran lunga per aver totalizzato la bellezza di sette poster, raffigurato in tutte le posizioni possibili e immaginabili. Tiziano Ferro al microfono che canta dal vivo, con la maglietta, col cappotto, con lo sguardo languido che osserva di sbieco il tavolino su cui è seduta Manuela mentre sta scrivendo l’ultima pagina del suo diario di scuola.

Oggi Cristina è stata un vera stronza!!! Mi aveva detto che mi avrebbe accompagnato con il motorino alla serata in discoteca al Blue Garden, mentre poi non si è fatta sentire più e ha spento il cellulare, quella cretina. Mi sono dovuta far accompagnare da papi che poi mi è venuto a riprendere alle undici e mezza…Non c’è stato il tempo di vedere e di parlare con Massimo, che quando è arrivato in discoteca me ne sono dovuta andare di corsa!!! Caro Diario, mannaggia la miseria, volevo incontrare Massimo!!!

Seguono venticinque punti esclamativi e settantadue cuoricini rossi che contornano la fotografia fatta col cellulare e stampata ed attaccata con lo scotch sul diario con Massimo mentre fuma una sigaretta sopra il motorino nei giardinetti davanti alla scuola. Se Massimo avesse fatto dei poster su Cioè supererebbe Tiziano Ferro sulla parete di Manuela. Purtroppo è primo solo nel Diario di Hello Kitty rosa fosforescente quanto a foto scattate e disegni fatti a mano libera.

Boom. Boom.

Due colpi sordi, appena attutiti dalle sottili pareti che dividono la stanza di Manuela da quella di suo fratello Giuliano.

Giuliano sta finendo il suo articolo per il Blog d’inchiesta Irno News che sono le tre di pomeriggio. Una ricostruzione particolareggiata, come al solito, di tutti i passaggi dei rapporti intercorsi tra l’associazione degli industriali provinciale, dei deputati eletti nei collegi della regione e dei costruttori locali, con qualche riferimento allusivo alla presenza della camorra nell’affare. Quest’ultimo riferimento Giuliano non sapeva se metterlo. Le cose di cui aveva sentito parlare erano chiare, il quadro che aveva dipinto si stagliava ormai con perfezione sullo sfondo corrotto e ipocrita di una città governata dal Partito Riformista e dalle giunte elette di centro sinistra. Solo che non era sicuro se gli conveniva dirla proprio tutta. Ora si sentiva come Roberto Saviano sul finire di scrivere Gomorra, quando ormai tutto il materiale documentario scoperto sui Casalesi e la prosa popolare e romanzata del suo capolavoro reclamavano di uscire dal computer per stamparsi sui milioni di libri della Mondadori per proclamare all’intero universo la verità sugli affari della camorra. Che poi era finita come tutti sapevano, quindi era pure lecito il domandarsi in anticipo e non dopo come aveva fatto Saviano sul chi glielo facesse fare, in effetti. Si era dunque deciso ad un compromesso interno nelle cose che avrebbe scritto omettendo almeno quelle di cui non era assolutamente certo o almeno quelle che di sicuro gli avrebbero causato problemi immediati di querele e simili. Non si identificava, tutto sommato, nei panni del profeta biblico nato con l’obbligo morale di annunciare la verità di Dio, il profeta che porta la parola uscita dal fuoco del roveto ardente a costo della sua stessa vita. Era solo una specie di giornalista freelance con la passione delle inchieste finanziarie e politiche e sugli intrecci tra la politica e i loschi affari economici. Poi, diciamocelo, più che un giornalista, che nessuno di Irno News gli avrebbe mai pagato un articolo che uno, poteva dirsi un blogger o un aspirante giornalista. Non per questo si deprimeva e continuava a scrivere su quell’inchiesta, anche se con una certa cautela. Quello che non poteva sapere era che le prime due puntate pubblicate sul suo sito internet e su quello del giornale locale su cui scriveva, avevano fatto un po’ il giro della rete ed avevano suscitato un certo interesse in molti addetti ai lavori, nei protagonisti delle vicende narrate e anche in qualche magistrato. Lui non faceva altro che raccogliere informazioni di qua e di là e metterle assieme, formando un quadro completo e coerente alla storia.

Dalla stanza accanto si potevano sentire le parole di Tiziano Ferro :

Ho combattuto il silenzio parlandogli addosso
E levigato la tua assenza solo con le mie braccia

– Manu, cristo! Abbassa quel volume!

– E non rompere!

Giuliano abbassa sconsolato gli occhi sulla tastiera. Gli è sembrato di sentire suonare alla porta ma non è sicuro, la musica è troppo alta.

Di sere nere
Che non c’è tempo
Non c’è spazio
E mai nessuno capirà

Si, cazzo, è proprio la porta e Giuliano si alza bofonchiando a chi gli sta interrompendo il lavoro, la fine dell’articolo, i pensieri di paragone con Roberto Saviano e quella stramaledettissima musica di Tiziano Ferro che gli ronzava nelle orecchie.

Apre la porta senza vedere nello spioncino. Davanti a lui c’è un uomo con una mano in tasca.

– Giuliano Colla?

– Si, sono io.

L’uomo si leva la mano dalla tasca rapido e spunta una pistola, Giuliano apre la bocca per lo stupore e guarda l’uomo premere il grilletto. Boom, boom. Due colpi. L’uomo corre giù per le scale e chiuso il portone corre via in strada. Giuliano rimane a guardarsi attonito le gambe. Il sangue comincia ad uscire dai due fori provocati dai proiettili, due, uno sopra e uno sotto il ginocchio destro.

Perché fa male male
Male da morire
Senza te
Senza te
Senza te
Senza te

Cazzo, mi hanno sparato alle gambe, pensa Giuliano. Mentre si aggrappa al mobiletto del corridoio. Manuela esce dalla stanza e urla. Giulianooooo!

– Manu, chiama l’ambulanza…

Due

Matteo Spada è chiuso nella stanza della sua piccola agenzia di investigazioni Il Loto. E’ seduto sulla poltrona di pelle, le gambe sulla scrivania e guarda il soffitto e la sua mente vaga in pensieri sempre più leggeri. Fuori continua a piovere mentre il fumo dell’ultima sigaretta appena spenta sale dal posacenere. Nessuna telefonata anche questa mattina, niente lavoro da sbrigare e nessuna voglia di inventarsi qualcosa di nuovo. Il computer è acceso e Matteo si guarda un po’ i siti di informazione nazionali, leggendo la solita solfa di disastri, attentati terroristici, dichiarazioni politiche della maggioranza “è colpa del precedente governo” e della minoranza “questo governo sta portando il paese verso il baratro”, gossip sui protagonisti dell’ultimo reality ecc. Una notizia in fondo alla cronaca lo fa quasi cadere dalla sedia. Hanno sparato ad un giornalista. Lo hanno gambizzato. E’ ricoverato presso l’ospedale ecc. in discrete condizioni di salute ecc. Si chiama Giuliano Colla. Cazzo, Giuliano Colla. Lo aveva incontrato recentemente alla riunione del Comitato contro la cementificazione del quartiere Parri. Aveva chiacchierato con lui delle sue ultime inchieste e si era letto qualche articolo del suo blog, come dimostra la cronologia di internet del suo pc acceso ora sulla tragica notizia.

Eccolo qua l’articolo di Giuliano, pensa Matteo, che ricostruisce con la solita precisione e dovizia di particolari tutti i retroscena impensabili delle vicende del quartiere Parri, del ruolo dei politici e delle aziende nella costruzione del nuovo grande centro commerciale al posto delle vecchie fabbriche di lana e dei piccoli villini inglesi della zona. Come al solito, anche in questa vicenda, quel genio di Colla era riuscito a far saltare fuori dal nulla, nel contesto di un apparente normalissimo cambio di destinazione d’uso di una zona ex industriale della città, un intricatissimo e complesso intreccio di interessi concordanti e contrastanti tra loro, di pesanti illegalità e di giochi finanziari di mille scatole cinesi, tutte cose che portavano, immancabilmente, alla stessa conclusione. L’ultimo articolo, che Spada si era pure stampato per leggerselo con calma, si intitolava “La Belva ed il Caimano” e si concludeva così :

Per questo pensiamo che dietro il voto dell’ultimo consiglio comunale ci sia una grave irregolarità. La modifica al piano regolatore, fatta all’ultimo momento con la presentazione di un emendamento ad hoc, non può essere fatta con la continua approvazione di varianti. A furia di varianti sul progetto generale, siamo arrivati ad un complessivo stravolgimento del Piano stesso e del futuro di intere zone della città. Potremmo poi dimostrare, carte alla mano, che la società che si è aggiudicata l’appalto per la costruzione del complesso commerciale, la Pop Irno S.p.a, non è che una società fittizia, guidata da prestanome, dietro cui si nascondono i soliti accordi tra il nostro amato Sindaco ed il noto imprenditore di cui abbiamo parlato. Se aggiungiamo che la gara d’appalto risulta costruita su misura, con un’opera di alta ingegneria politica e amministrativa, per far avanzare la suddetta Pop Irno, ci possiamo rendere conto di come, ancora una volta, le esigenze del territorio, dei cittadini, per la riqualificazione ambientale siano state sacrificate per gli interessi dei soliti noti.

Spada si rilegge le ultime righe dell’articolo, risalendo poi con lo sguardo fino a quelle iniziali, in cui Colla spiegava con chiarezza il modo in cui si era costituita la società fantasma Pop Irno e come questa si fosse aggiudicata la gara per costruire il nuovo, gigantesco centro commerciale, che avrebbe , secondo lui e quelli del comitato, definitivamente rovinato una delle zone più belle della città. A lui che in quella zona c’era anche nato, sembrava veramente un delitto, uno dei tanti commessi dalla giunta comunale e dal suo Sindaco in carica, Sindaco per il quale Matteo Spada nutriva una fortissima e radicata antipatia. Per questo aveva fatto subito amicizia con Giuliano Colla, perché aveva in comune con lui queste due cose fondamentali : uno, l’odio antico per gli intrallazzi della giunta, due, la passione per il lavoro di investigazione sui detti intrallazzi.

Matteo si accende una sigaretta e pensa alla nuova situazione e si programma la giornata. Visto che nessuno lo è venuto a cercare per proporgli qualche fattaccio da indagare, tanto vale che si cerchi lui qualcosa da fare, qualcosa su cui investigare. Il solito fatto della montagna e di Maometto. Un lungo tiro alla sigaretta che gli entra dritto nel cervello e nei polmoni e Matteo è già fuori con il suo impermeabile beige alla ricerca di un filo da seguire per agguantare la matassa. Allora, pensa mentre si infila nella vecchia Skoda, l’articolo che parla del centro commerciale, il tentato omicidio a Giuliano. Sembra esserci qualche relazione tra le due cose o quantomeno questa è la pista più probabile su cui avviarsi, visto che Colla con le cose che scriveva dava fastidio a parecchie persone. Magari una di queste si è rotto i coglioni di essere sputtanato su internet e sui giornali ed ha tentato di farlo secco. Magari è andata così o forse no. Magari lo tampinavano per tutt’altre ragioni. Di sicuro devo vedere Giuliano in ospedale e andare alla riunione del comitato. Sicuro.

Tre

Claudio Prandini entra furtivamente nella tabaccheria, guardandosi attorno, quasi stesse compiendo una rapina. Compra una confezione di sigari toscani e se la mette in tasca, nella tasca interna della giacca, ben nascosti. Si riaggrega al gruppo che cammina sul lungomare.

– Uè, Prandini. Dove eri finito?

– No, niente, mi ero fermato all’edicola.

Prandini non vuole farsi notare mentre fuma né tanto meno quando compra i suoi amati toscani. Meglio che non lo veda nessuno, tra i suoi colleghi del gruppo in giacca e cravatta che scodinzola dietro di Lui, la Belva. La Belva non tollera che i suoi uomini fumino, soprattutto i sigari. Almeno davanti a lui devono essere un gruppo di cavalieri incorruttibili, senza macchia e senza paura, fedeli ed obbedienti al volere del loro unico signore e padrone. Il signore e padrone incontrastato di tutta la città.

Il gruppo entra nel cancello principale del palazzo del municipio ed i vigili vestiti da parata si scansano lasciando passare con un goffo saluto pseudo militare. Nell’ascensore c’è tensione. Oggi la belva ha chiamato tutti i suoi fedelissimi operativi a rapporto per parlare di una questione urgente.

La riunione inizia con il solito ringhioso sospiro della Belva, quello che fa prima di aggredire il proprio interlocutore.

– Amici, qua dobbiamo fare qualcosa per sbloccare questa situazione. L’ultimo voto in consiglio comunale è passato in maniera troppo risicata. Ci facciamo votare a favore dall’opposizione e quei due stronzi della maggioranza si astengono?

Il gruppo dei fedelissimi comincia a guardarsi nervosamente intorno, sanno già che la cosa si sta mettendo male, che finirà sicuramente con uno di quegli incarichi difficili da eseguire.

– Io dico che gli dobbiamo dare una lezione, li dobbiamo tenere sulla corda fino a quando non glielo mangiamo dall’interno quel loro partitino del cazzo.

Eccolo qua, ci siamo, stanno per arrivare gli ordini, pensa Claudio Prandini.

– Prandini! – ruggisce la Belva

Cazzo, sempre a me, pensa Prandini…

– Mi devi fare un piacere. Senti Franco Monti e organizza qualcosa per il loro partito. Vedi come stanno dentro alla Segreteria e capisci che cosa si può fare, se gli dobbiamo cambiare il segretario, se li dobbiamo far commissariare ecc.

Prandini sospira rilassato, pensava peggio. Alla fine con l’assessore Monti c’è sempre la possibilità di ragionare, pensa. Quando si è trattato di stringere l’accordo elettorale la Belva se lo è portato a Roma con l’auto blu in Parlamento e lì hanno concluso l’alleanza. Senza quei voti alle comunali si sarebbe andati al secondo turno, ed ora i voti dei due consiglieri dovevano tornare più sicuri e blindati, adesso che bisognava approvare altre fondamentali varianti al piano regolatore. Monti gli doveva spiegare che cosa stava succedendo, se per caso avessero cambiato idea, di continuare ad essere quel misero partito satellite del grande Partito Riformista, cioè, della Belva, per la precisione. La Belva voleva di nuovo il pieno controllo del consiglio comunale, ora che era riuscito a comprarsi i voti di tre quarti dell’opposizione con incarichi, soldi e biglietti dello stadio e cappuccini al bar, ci mancava solo che quei falliti gli creassero dei problemi.

– Si, certo, sento subito Monti e mi attivo per capire la cosa, non c’è problema. A mio modesto parere va messo un altro segretario al posto di Rosone, che è proprio impazzito. Non ci si può fidare più di lui, non sta più a sentire a Monti, a lui che lo ha piazzato lì come segretario.

– Rosone…io me lo mangio a colazione…

Il gruppo dei fedelissimi ride timoroso alla battuta della Belva. Si passa ad un altro punto all’ordine del giorno.

Quattro

Quando Matteo Spada entra nella sala del centro sociale occupato la riunione è già cominciata da un pezzo. Giusto il tempo di andare all’ospedale a visitare Giuliano Colla ed essere respinti all’ingresso per aver superato il termine dell’orario consentito di visita. Poi, un bel po’ di traffico in tangenziale ed ora di corsa all’incontro del comitato cittadino contro la cementificazione.

I muri del centro sono impregnati di umidità e le scritte inneggianti al Chiapas ed alla Palestina stanno scolorendo. La stanza è fredda e non riscaldata e la ventina di brutte sedie disposte in circolo sono malamente illuminate. Un ragazzo con dei lunghi capelli rasata ha appena finito di parlare quando Matteo si siede sulla sua traballante sedia appena dietro il cerchio della riunione. La parola passa a Paolo Bronzelli, per tutti Bronx, storico leader del centro sociale.

– Cari compagni qua la faccenda è complicata. Il consiglio comunale ormai ha fatto passare la variante principale al piano regolatore, quella che destinerà tutta la zona ad un livello commerciale. Il progetto è chiaro, ci sta già il progetto di far passare la strada sopra al centro sociale e di abbatterlo tra pochi mesi. Compagni, qua dobbiamo iniziare a formare un’assemblea cittadina contro lo sgombero e contro la disoccupazione in città, un comitato che coinvolga tutte le forze sindacali e politiche…

Matteo Spada rimane ad ascoltare con il solito fastidio le parole di Bronx. Non riusciva mai a tollerare quel suo tono vittimistico e le sparate improvvise dettate dalla sua sindrome del complotto. Per esempio, non gli risultava assolutamente che ci fosse in programma la costruzione di una strada o di un’autostrada al posto del centro sociale. D’altra parte era difficile stare dietro alle previsioni catastrofiche di Bronx quando cominciava a parlare in pubblico. I suoi discorsi partivano da un appello allarmistico sul possibile imminente sgombero del centro, per poi passare ad un rapido cenno alle lotte dei lavoratori colombiani o pakistani per poi finire con un improvviso attacco a qualche consigliere comunale un tempo suo caro amico. Proprio come stasera. Spada aveva smesso di cercare di capire quali fossero i riferimenti e gli alleati politici di Bronx, visto che cambiavano ogni settimana.

– Per questo non dobbiamo scherzare sulla situazione che è delicatissima, compagni. E’ inutile che facciamo delle battaglie perse sul complesso del piano regolatore e poi ci troviamo con il culo per terra con l’unico luogo di aggregazione giovanile della città sgomberato dopodomani…

Questa è un’allusione a qualche suo vecchio compagno ora in consiglio comunale, pensa Matteo, stai a vedere che Bronx ha qualcosa da ridire sul voto di astensione di Guarneri sul piano di Pop Irno. Forse voleva un voto favorevole? Come la Belva? I soliti contorcimenti politicisti di Bronx, pensa Matteo Spada, oppure qualche manovra peggiore su cui mi rifiuto di indagare.

Lo stesso giovane consigliere Guarneri, evidentemente chiamato in causa da Bronx, anche se non con una chiara accusa esplicita, fa un salto sulla sedia. Si aspettava tutto da quella riunione al centro sociale, tranne che venire criticato, anche se in maniera allusiva, di essersi schierato contro l’approvazione delle varianti in consiglio comunale. Casomai, in quel luogo si sarebbe atteso di dover rispondere alla solita richiesta dei compagni lì presenti, e cioè perché il suo partito rimanesse ancora in giunta con la Belva e cosa aspettasse lui a dare le dimissioni dal partito. Insomma, non si aspettava proprio di dover sentire le stesse parole di Franco Monti in quella sede. Forse era per questo che Franco Monti se la ridacchia nel baretto del centro, apparentemente distaccato dal dibattito in corso nella gelida stanza delle riunioni, pensa Matteo Spada. E come al solito, Bronx e Monti sono d’accordo, anche se poi mi toccherà sentire ancora l’uno parlare male dell’altro per ore, si disse Spada.

Cinque

Il Segretario provinciale Giuseppe Rosone prende la parola all’inizio dell’affollata riunione del Comitato Politico Federale del partito. La sala è incredibilmente piena c’è gente che non si è mai vista a nessuna delle precedenti assemblee, sono quelli che vengono solo quando c’è qualcosa di importante su cui votare. Sono i sindacalisti o gli operatori sociali, sono quelli ricattabili nel loro posto di lavoro, quelli a cui puoi dire per chi devi votare e sai benissimo che loro lo faranno. Sono venuti fin qui scarpinando per tutta la provincia ed ora si sorbiscono questa pallosissima riunione con l’occhio rivolto sull’orologio sperando che lo strazio finisca al più presto. Rosone è nervoso. Ha letto e riletto il discorso decine di volte prima di presentarsi al suo pubblico. Lo ha riempito di citazioni di Marx, Marcuse, Toni Negri. Ora si appresta a declamarlo sotto lo sguardo attento dei presenti nonché del delegato regionale del Partito che lo fissa storto.

Rosone fa tutto un giro di parole sulla questione economica della provincia e si avvia a parlare del piano regolatore comunale. A sorpresa, cita ampi brani dell’articolo di Giuliano Colla.

– Questo è l’articolo di un bravo ragazzo che ho conosciuto personalmente al comitato. Le cose che dice sono molto chiare, c’è dietro questa operazione una grossa speculazione affaristica. In consiglio comunale la volta scorsa ci siamo astenuti, ora è venuto il momento di chiedere una verifica alla maggioranza per vedere se ci sono ancora le condizioni per rimanere al governo della città.

Era il segnale preciso per la bagarre. Monti prese subito il telefono per parlare con la Belva.

– Senti, qua Rosone propone una verifica della maggioranza. Che cazzo devo fare?

– Ora basta. Fai saltare il tavolo e poi raccogliamo i cocci alla fine. Hai parlato con Roma?

– Sì, certo. Mi assicurano di poter gestire un commissariamento del partito. Quell’idiota di Rosone si è messo tutti contro a Roma.

Chiusa la telefonata con la Belva, Monti fa un segno ai suoi nelle ultime file. Poggiati alla parete ci sono gli operai di Irno Pulita, molti dei quali non sono neanche iscritti al suo partito, bensì a quello Riformista. Uno di loro si fa avanti e si scaglia contro Rosone.

– Tu! Tu ci hai rotto i coglioni tu e questa verifica!

L’omone con la tuta dell’azienda municipalizzata delle pulizie solleva una sedia della prima fila e la scaglia contro Rosone. E’ il caos. Il delegato regionale fugge dall’uscita di emergenza e se ne ritorna in tutta fretta a casa. I sostenitori del segretario si scagliano invece contro gli operai che brandiscono le scope delle pulizie. Volano schiaffi. La seduta è sospesa, non ci sarà nessun voto a sancire l’uscita dalla maggioranza del partito. Monti ha già in tasca il nome del Commissario.

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Finalmente una Festa

gennaio 19, 2010

L’aria era zuppa di un caldo umido insopportabile, le zanzare ronzavano fastidiose ed implacabili, che anche se le paludi erano un lontano ricordo, quella pianura nebbiosa rimaneva sempre casa loro. L’assessore Micheli arrancava sudaticcio tra gli stand della Festa Riformista, quest’anno organizzata da tutte e quattro le sezioni locali del Partito. I circoli delle associazioni ricreative sedevano fianco a fianco ai tavolini ed alle pubblicità delle banche e delle assicurazioni con i depliant delle pensioni integrative. Quest’anno i compagni avevano fatto le cose in grande, bisognava dimostrare agli ex democristiani che pure se il Partito erano costretti a farlo assieme, in quella provincia a comandare sarebbero stati sempre e soltanto loro, che i cattolici con quelle quattro cooperative bianche del cazzo si sarebbero sempre dovuti accodare alle loro decisioni, della giunta comunale, del Sindaco e delle aziende municipalizzate, che ora si erano presi pure la più importante UNISOL, la Banca più importante. Democratico un cazzo, il Partito lo avrebbero mandato avanti loro, chiedessero al Biasetti cosa era successo due mesi fa in consiglio comunale quando aveva provato a fare storie sull’approvazione del Piano urbanistico. Per far votare le varianti, Micheli si era venduto il culo e tutta la sua storia di figlio di partigiani e di Presidente dell’Anpi, che se non passava alla prima seduta, il Centro commerciale, le coop se lo sarebbero mangiato vivo a lui ed a tutta la corrente di maggioranza.

-Melussi, boia di un mondo, dove cazzo eri finito! Lo vuoi capire che domenica prossima c’è il congresso provinciale. Qua le cose si stanno mettendo male, malissimo. Quelli della minoranza stanno battendo a tappeto l’Arci e li stanno facendo cagare sotto, che se non votano la terza mozione il Fiaschini non gli passa più i progetti e gli chiude pure la sede. Ma dico io, ma questi chi si credono di essere, per un Assessore di merda che gli abbiamo dato per rispettare le percentuali, mi vogliono mobilitare mezza base di Partito e si sono messi in testa di vincerlo loro, il congresso.-

Micheli era una furia. Se non risolveva immediatamente quella questione del congresso, nonostante fosse riuscito a far andare liscio l’affare del Centro commerciale, lì in Federazione se la sarebbero legata al dito ed allora addio candidatura alle regionali.

– Io quello che posso fare lo sto facendo, ho smosso mari e monti. Hai presente l’Azienda comunale del Gas? Ti dico che con la privatizzazione e con i posti assegnati nel consiglio di Amministrazione noi ci dobbiamo ricavare tutto il possibile, sennò qua va tutto a puttane : io lì ho fatto duecentocinquanta tessere, ma se voi della sezione est non mi date una mano, noi al sessanta per cento al congresso non ci arriviamo e allora là saranno cazzi per tutti, te compreso.-

Micheli lo ascoltava spazientito, alla fine si sedette esausto nello stand della Vodafone. Lo stavano facendo impazzire.

Franco stava sdraiato sul letto guardando il soffitto, le mani sulla pancia gonfia di birra per l’ultima sbornia non ancora smaltita. Erano quasi le otto di mattina e non aveva preso ancora sonno, continuava imperterrito a far mulinare pensieri che lo rendevano sempre più insonne ed ansioso. Comunque oggi poteva alzarsi un po’ più tardi, se almeno avesse incominciato a dormire, doveva solo rilassarsi, rilassarsi e basta. Mentre gli passò un attimo di incosciente pesantezza nel cervello  realizzata in un breve minuto di sonno, le campane della chiesa di fronte cominciarono a suonare tutta la completa stramaledetta canzoncina dell’Ave Maria. Si erano fatte le otto. Franco si risvegliò e riguardando il soffitto incredulo e rassegnato sentì i passettini del cane del piano di sopra, che subito cominciò ad abbaiare senza pietà come tutte le fottutissime mattine. La giornata era partita veramente benissimo, non c’era niente da dire. Solo che stavolta non sarebbe rimasto a guardare, non ce la faceva più a subire sempre la stessa storia. Il dolore alla testa gli fischiava in un sibilo incessante e implacabile, si alzò dal letto e decise di farlo. Il proprietario del cane del piano di sopra quel giorno non c’era, era già uscito e Franco lo sapeva. Si vestì in tutta fretta e salendo le scale arrivò sul terrazzo, dal quale poteva vedere dall’alto quel maledetto cagnaccio infame. L’aveva sempre immaginata così quella scena, che finiva con una disastrosa ritirata strategica per le scale con il cane che abbaiava ancora di più, sempre di più. E’ solo questione di culo, pensò Franco, un po’ di culo e chiudiamo questa storia una volta per sempre. Si concentrò con tutta la possibile forza di meditazione zen che possedeva e pensò a come poteva colpire il bersaglio. Ora il cane era fermo sotto di lui dritto in direzione perpendicolare. Poteva farcela. Prese un vaso bello grosso a due mani e lo buttò di sotto ad occhi chiusi. Un rumore di spiaccicamento, un mezzo guaito e poi Silenzio. Centro pieno. La giornata cominciava a raddrizzarsi.

Micheli si era preparato bene per quel dibattito, il più importante di tutta la Festa. Erano stati invitati il Segretario provinciale e il Senatore eletto in quel collegio elettorale. Tema dell’incontro : “La sicurezza. Un valore né di destra né di sinistra”. In quanto assessore al comune, ma più che altro in quanto esponente emergente della maggioranza del Partito, nonché pupillo e factotum del Senatore Arrieghi, Micheli non poteva sfigurare. Si era studiato l’intervento tutta la sera prima, lo aveva letto e riletto, aveva visto due volte su Youtube l’intervento di Bersani a Ballarò e si era segnato le parole chiave da sottolineare con il timbro di voce e alzando lo sguardo. Solo che non gli piaceva completamente quello che aveva scritto. O meglio, era come se mancasse qualcosa, qualche proposta efficace da spendersi come botto finale…

-…Quindi, cari compagni, dobbiamo capire che la modernizzazione del Partito va compiuta fino in fondo, senza reticenze e senza tentennamenti. Sono finiti i tempi in cui la sinistra massimalista poteva far recedere con i suoi ricatti dal compimento delle riforme l’intera coalizione. (Applausi). Il nuovo, grande Partito che stiamo costruendo, erede delle grandi tradizioni politiche del paese, quella cattolica, quella liberale e quella socialista, deve darci questo slancio riformatore per rendere più moderna, più sicura, più giusta la società che governiamo, i territori che amministriamo. Ognuno di noi deve dare il suo contributo, nessuno escluso. Il tema della sicurezza, cari compagni, è un tema fondamentale nel nostro programma politico. Un Partito laico, progettuale, non può che farsi carico delle domande che nascono dalla società civile, dai bisogni delle fasce più esposte ai problemi, ossia le famiglie, gli anziani. Per questo in ogni territorio, ciascuna amministrazione deve saper individuare quali sono i problemi della gente, ciò che la rende insicura, preoccupata. Cominciamo a risolverli i problemi delle famiglie. La legalità va fatta rispettare, sempre, solo nella legalità c’è sicurezza e si risponde alle paure delle fasce più deboli. Io sento che oggi la nostra amministrazione comunale, concordemente con quanto sollecitato dall’opposizione, deve far sua una proposta più volte emersa e sempre rimandata. Il Centro sociale occupato di via Verdi deve essere sgomberato. I residenti del quartiere ce lo chiedono da mesi, a noi non resta che far rispettare la legalità e i principi democratici di non violenza degni di un paese civile.-

La platea esplose in un convinto applauso. Il senatore ed il segretario si guardarono in faccia sorridendo ed annuendo. Micheli si passò una mano tra i capelli, soddisfatto. Aveva fatto un gran bel discorso, gli era venuta proprio una gran bella idea.

Franco aveva appuntamento a mezzogiorno nel bar della piazza del paese. Ad attenderlo c’erano i suoi due amici di sempre, Sergio e Filippo. Quando arrivò ai tavolini stavano leggendo la Gazzetta dello Sport per controllare i risultati del Fantacalcio.

– Ma questo Bogdani, ti rendi conto, che sembra un ciuccio, non ti va a fare un gol ogni domenica?

-Ragazzi, buongiorno. Sempre impegnati in discussioni filosofiche…

– No, Franco, ti stavamo aspettando…Hai portato le carte?

Franco srotolò sul tavolino del bar la mappa dei paesi del circondario. Dovevano fare le cose per benino, questa volta. L’anno scorso il tentativo era finito in commedia, con Filippo che si teneva in mano i pantaloni strappati e Giorgio completamente ubriaco nel fossato sulla strada statale.

– Allora, vedo che siete ansiosi di sapere qual è il piano. Statemi bene a sentire, che questa volta è una bomba, una cosa perfetta, scientifica, non ci sono assolutamente buchi.-

Filippo e Giorgio lo ascoltavano in religioso silenzio, d’altra parte Franco era il Capo. In fatto di esperienza ne sapeva sempre più di loro, si trattasse di trovarsi un lavoro per il fine settimana, di andare a donne o, come in questo caso, di pianificare un lavoretto, diciamo così, un po’ particolare.

– Tutto deve realizzarsi nel più breve tempo possibile alla fine del concerto dei Modena City Ramblers. Il cassiere, alla fine della festa fa sempre lo stesso tragitto, torna a casa per la provinciale in bicicletta. Non possiamo sbagliarci stavolta, è una cosa facile come bere un bicchiere d’acqua. O, nel vostro caso, come farsi un altro Martini…-. Li guardò sconsolato.

“Se potessi ricadere nel profondo dell’inferno come un fiume nero come l’inchiostro…”. I Modena City Ramblers stavano finendo di suonare. Era l’ultimo giorno della Festa e non si parlava d’altro che del discorso del Micheli. Tutti i dirigenti del Partito erano andati a congratularsi con lui. Persino il Fiaschini gli si era avvicinato stringendogli la mano, in compagnia del Presidente dell’Arci, dicendogli che dopo lo sgombero in Via Verdi avrebbero potuto aprirci un’altra sede dell’associazione in una delle stanze rimesse a nuovo. Maria Vinzi passò dallo stand gastronomico a quello della libreria con fare deciso. Era sempre lei che teneva i conti della festa e quella sera doveva fare una chiacchieratina in disparte con il Micheli.

– Maria, Maria carissima.

– Assessore, allora, qua stiamo, a disposizione.

– E niente, tutto bene. Dobbiamo solo risolvere un attimo la questione del tesseramento. Io ho fatto fare, o meglio, mi capisci, si sono tesserati di loro spontanea volontà, quattrocentocinquanta compagni. Duecentocinquanta dell’Azienda del Gas, cento della cooperativa di pulizie, cinquanta della bocciofila e altri cinquanta dal sindacato. Alla federazione provinciale dobbiamo restituire dieci euro per tessera per coprire le spese e far risultare tutto pulito. E quindi sono quattromila e cinquecento euro. Me li devi dare dall’incasso di stasera, che il Borghi me li porta in Federazione che stanno tutti lì a fare i conti per la chiusura del tesseramento. Forza Mary, che lo vinciamo noi sto cazzo di congresso!-

Il Borghi si fece largo tra gli stand della festa e salì sulla bicicletta. Aveva nel marsupio i soldi e tutti i cedolini del tesseramento pronti per la consegna. Intanto la macchina di Franco stava ferma in una traversa buia della provinciale, in attesa del passaggio del cassiere.

– Ragazzi, qua se ci riesce questa storia si va a festeggiare in città al miglior ristorante del posto e si lascia una mancia da cinquanta euri!

– Stiamo calmi, non ci facciamo distrarre, ché, mi avete bevuto anche stasera? Il cassiere è in ritardo, dobbiamo stare pronti. Giorgio! Niente ancora?-

Giorgio stava di guardia sul lato opposto della strada, quando vide in lontananza avvicinarsi un uomo in bicicletta che procedeva a passo spedito verso di loro.

-Eccoci, ci siamo!-

Il cassiere passò di fianco alla traversa dove stava l’automobile in appostamento. Filippo sbucò dalla stradina col viso coperto dal passamontagna e un bastone in mano. Si mise di fronte alla bicicletta, che frenò di colpo e fece partire una decisa legnata sul povero ciclista. Franco e Giorgio corsero a raccogliere il marsupio per terra.

– Ragazzi! Saranno cinquemila euri!

-Forza, forza, non perdiamo tempo, metti in moto, cazzarola!

La macchina si perse nella notte nebbiosa ed umida, mentre l’Assessore Micheli brindava al bancone delle birre.

La velina assassina

gennaio 17, 2010


L’assistente di studio rimaneva sempre a bocca aperta di fronte a quello spettacolo. Si ritrovava a guardare l’immagine in movimento stordito proprio come davanti l’icona sacra della Madonna appesa nella stanza della madre nella casa della sua infanzia. Il volto della Madre di Dio lo fissava accondiscendente, quasi ironico, con quei grandi occhi marroni incorniciati nell’ovale olivastro. Matteo si riprese all’accendersi del puntino rosso della telecamera che indicava l’attività della registrazione e messa in onda. Primo zoom sul bancone dove rannicchiata stava distesa Lei, Maria Guberti. Altezza un metro e settantanove, carnagione scura, occhi color nocciola, capelli corvini, bocca carnosa, gambe chilometriche e cosce tornite, misure canoniche 90-60-90. La Velina Mora si dischiuse dallo stallo fetale e partì con lo stacchetto delle 20.45 sul Quinto Canale per darsi in pasto ai sette e passa milioni di telespettatori che avrebbero consumato anche quella sera il rituale del post telegiornale all’insegna della bellezza assoluta di Maria l’ipnotizzatrice catalizzatrice. Milioni di pixel raggruppati formavano sui teleschermi della penisola l’immagine folgorante della Velina Mora che si dimenava al ritmo dell’ultimo successo di Madonna :

I think you wanna come over
Yeah I heard it through the grapevine.
Are you drunk or you sober?
Think about it, doesn’t matter
And if it makes you feel good then I say do it,
I don’t know what you’re waiting for

Maria ondeggia la sua splendida testa raccolta nei capelli neri lucenti tagliati scalati quasi corti e bagnati. Muove la testa e la telecamera si sofferma sugli occhi nocciola intagliati nel viso regolare con quel nasino minuto e le labbra esplosive. Il ritornello sta per incalzare e Maria ora è salita sul bancone :


Come join the party (it’s a celebration)
Anybody… just won’t do
Let’s get this started (no more hesitation)
Coz everybody wants to party with you

La ripresa integrale del corpo di Maria vestita con uno striminzito abito nero cortissimo. Primo piano sulle gambe lunghissime della Velina Mora, cosce in primo piano, Maria si dimena. La palla passa alla Velina Bionda che termina lo stacchetto. I due conduttori giacciono stremati sulle loro sedie mentre la canzone di Madonna si tace ed iniziano il loro finto telegiornale. Matteo ha appena terminato di inquadrare le mosse delle Veline che si asciuga il sudore sulla fronte. Nello studio fa caldo e le luci sono fortissime quasi bianche abbacinanti allucinanti che riprendono colori elettrici con la predominanza di giallo e celeste. Pubblicità, ancora chiacchiere e servizi, pubblicità e fine della trasmissione. Il Quinto canale continuerà la programmazione con un film di Bruce Willis.

Nel camerino Maria se ne sta seduta sulla sedia girevole a struccarsi guardando la propria figura   riflessa nello specchio gigante incorniciato dalle lampadine per la star e stelle argentate. I suoi capelli ora sono raccolti e tirati all’indietro e lei è vestita con abiti più comodi, una tuta da ginnastica color verde e argento ed una maglietta bianca. Squilla il telefonino.

-Pronto?

-Ciao Maria, sono Shtefano, ti volevo fà li complimenti per lo stacchetto de shtasera. Sei shtata veramende bbrava.

Maria abbozzò un vago sorriso, all’altro capo del telefono c’era il centrocampista della Fiorentina Stefano Politi, numero dieci della compagine in viola da ormai tre anni ed in odore di convocazione in nazionale. Maria lo ascoltò ancora un poco parlare con quel suo accento un po’ burino che però non differiva molto dal suo, originaria come era di Latina, proprio come le altre bellissime della televisione, dalla Arcuri alla Santarelli alla Salvalaggio. Insieme avrebbero potuto fare un team di bellissime con le canzoni di Tiziano Ferro, anche lui di Latina, come inno.

– No Stefano, stasera non posso andare al Mandrake, domani mattina presto ho un servizio fotografico e devo andare presto a letto. Mi dispiace, sarà per la prossima volta, magari ti chiamo io.

Politi rimase con un palmo di naso ad immaginarsi Maria Guberti che si avviava a letto da sola ed addormentarsi sotto bianche lenzuola di seta. Smise di pensarci e riprese a giocare alla playstation. Infilatosi il piumino viola, Maria non si diresse verso casa. Non ci sarebbe stato nessun servizio fotografico il giorno dopo. C’erano invece altri impegni per la Velina Mora, altre cose da fare a cui teneva moltissimo, ma da sbrigare in gran segreto. Salita sulla sua Smart nera si diresse verso Parco Vittorio, un punto nella capitale che ormai conosceva bene. Parcheggiò sopra il marciapiede mettendo la sua macchinetta tutta storta ma efficacemente incastrata tra due veicoli grandi il doppio. Alzò lo sguardo e vide il palazzone in marmo in stile littorio con le lettere latine scolpite sull’insegna anch’esse in marmo. Era arrivata in tutta fretta e segretezza nella sede di Casa Evola, il quartier generale del movimento politico che aveva attizzato il fuoco sullo scenario mediatico e sociale degli ultimi tempi, compiendo numerose azioni dimostrative che erano andate a segno, dando grande risalto agli obiettivi propagandati dal nucleo di attivisti di estrema destra. Il ritratto di Julius Evola scolpito in marmo accolse Maria Guberti. La showgirl di Latina si soffermò nell’atrio a leggere l’iscrizione sotto il faccione del vecchio filosofo :

“Splende solitaria, in questo mondo corrotto dal materialismo, l’eroica casta dei guerrieri al di sopra del bene e del male, tesi a rinnovar lo spirito, protesi a distinguersi con gesta immortali tra le umane genti”.

La riunione stava per iniziare nella sala grande, quella dove sulle pareti c’erano dipinti i volti degli imperatori romani, dei gladiatori anonimi e dei calciatori della Lazio. Maria prese posto su una delle sedie in fondo a tutto, indossava degli occhiali scuri con lenti a specchio. Non tutti i camerati la conoscevano, certo si era diffusa ormai la voce che tra il nuovo nucleo d’azione vi fosse anche una star televisiva e pure che la ragazza bellissima che si accompagnava al Capo fosse addirittura la Velina Mora del Quinto Canale. Alcuni in realtà non ci credevano e reputavano solo ad una casuale straordinaria somiglianza il successo di queste voci. Nel frattempo lei, Maria, se ne stava sempre in disparte ed era usa parlare quasi solo con il Leader di Casa Evola, il forzuto Decio Camilloni. Camilloni era il classico naziskin cresciuto con confuse letture che spaziavano dagli scrittori romani a Mussolini e, naturalmente, a Julius Evola. In realtà non è che ci avesse capito un granchè del minestrone che vendeva in giro, ma la sicurezza stentorea con cui sobillava gli animi ormai aveva convinto lui stesso. Parole d’ordine elevate e spirituali, mistica romana, nuova era degli uomini superiori. Nella pratica, però, c’era più che altro da menare le mani e lui in questo era molto capace.

Camilloni si alzò in piedi, pugni sui fianchi e cominciò ad arringare l’aula :

– Oggi basta chiacchiere. Dobbiamo dare una lezione a quei froci maledetti che vanno alla discoteca nuova, il Mandrake, quella che sta a due isolati da qui. Ci si organizza come per l’ultima azione. I centurioni hanno il mandato di raggruppare le truppe davanti alla discoteca. Al mio ordine partono prima loro e poi il resto del nucleo d’azione. Alla fine si sale tutti sulle auto pronte nei vicoli e si torna a casa. Rapidità, massima attenzione, onore e dignità.

Maria ascoltava rapita le parole del grande capo. C’era stata diverse volte al Mandrake, nelle vesti di Velina Mora, spesso in compagnia di calciatori e per farsi fotografare dai paparazzi alle feste. Ultimamente la direzione del locale aveva puntato sul target del pubblico gay e c’erano stati numerosi spettacoli aperti al repertorio drag queen e varie cose del genere. Anche il famoso deputato transgender Guadagnò si era esibito con il suo gruppo musicale. Ora, in preparazione del prossimo Gay Pride, il Mandrake aveva organizzato una festicciola di presentazione e Casa Evola voleva iniziare i fuochi d’artificio del contro-pride eterosessuale e romano.

Maria avrebbe avuto un ruolo particolare nella spedizione punitiva. Il suo compito sarebbe stato quello di infiltrarsi con le sue vesti di showgirl alla festa e portare un attimo fuori la discoteca il leader del movimento gay Alessandro Frignoli e da lì in poi se la sarebbero vista Camilloni e soci per l’agguato. La Velina avrebbe fatto finta di rimanere sorpresa dell’agguato e sarebbe rientrata dentro strillando stupita e spaventata e rilasciando dichiarazioni ai giornalisti.

Maria stava nel cesso con l’amica del cuore Samantha P. a tirarsi una riga di coca. Era vestita con un abito rosso che metteva in risalto la sua bellezza quasi stordente. Samantha rideva ma la Velina Mora ghignava ormai nervosa. Mancava poco all’appuntamento, doveva darsi da fare. Uscita dal bagno delle donne con l’amica si diresse verso Frignoli salutandolo con la manina da lontano. Un bacetto falsissimo sulla guancia e via con la giostra.

– Lo sai Alessio, spero tanto che ‘sto gayparaid vadi tutto bene – disse Maria sorridendo splendidamente, anche se il Frignoli non era certo sensibile al fascino femminile esplosivo della Guberti.

– Cara, ti ringrazio, speriamo veramente, mi sto smazzando una cifra per far riuscire tutto bene. Mi fa piacere che ci darai una mano.

– Certo, sicuramente, vorrei darvi una mano a tutti, siete così carini, lo sai che il mio miglior amico è fr…scusa, è omosessuale, voglio dire…Comunque che ne dici se non usciamo a fumarci una sigaretta così ne parliamo meglio?

– Un attimo che saluto Piero e vengo subito, cara.

Frignoli si allontanò un momento mentre Maria faceva uno squillo sul cellulare di Camilloni. Fuori il Mandrake, dalle auto scesero le truppe guidate dai centurioni. Camilloni scese invece dalla moto con il casco ancora addosso.

Maria spinse la grossa maniglia antipanico verde ed aprì la porta che affacciava sul vicolo dietro il locale. Si accesero le sigarette e cominciarono a parlare del più e del meno quando il gruppo di Casa Evola apparve improvvisamente. Erano quindici camerati coperti in viso ed armati di spranghe e coltelli. Maria, come da copione, lanciò un urlo e si mise davanti alla porta, chiudendola. Frignoli si trovò attonito davanti allo squadrone senza sapere cosa fare in preda alla paura. Camilloni si avvicinò con una mazza pesante e lo colpì sulla testa. Frignoli cadde al suolo perdendo i sensi.

Fu così che Maria Guberti, la Velina Mora, estrasse un temperino dalla borsetta in pelle e colpì più volte con l’arma Alessio Frignoli dietro la schiena. Dieci coltellate che bastarono per mandarlo al creatore. Maria rimise il temperino nella borsa e rientrò dentro lanciando l’allarme, mentre il gruppo di evoliani scappava via.


Stanno tanta sciemi project

gennaio 17, 2010

Siccome ci hanno sempre detto “ma perchè non scrivi qualcosa, perchè non pubblichi qualcosa….stanno tanta sciemi…” allora alla fine abbiamo deciso di farlo veramente! Così è nato questo progetto che consiste nel mettere in rete dei racconti con delle illustrazioni. I racconti sono di Luigi Narni Mancinelli e le immagini di Domenico Marazia. Buona visione!